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Data center e acqua: cos’è il Positive Water Impact

Non basta più ridurre i prelievi. Secondo Marco Lassini (Stantec), industrie e data center devono valutare il proprio impatto sull’intero bacino idrico e contribuire in modo misurabile alla sua resilienza. Il protocollo Positive Water Impact, promosso dal CEO Water Mandate con il Global Compact delle Nazioni Unite, offre un metodo in tre passaggi.

Marco Lassini, Europe climate solutions lead di Stantec

La gestione dell’acqua sta diventando un tema strategico per i data center quanto quello dell’energia. Con l’aumento degli eventi climatici estremi, cicli idrologici sempre meno prevedibili e una crescente competizione tra usi civili, agricoli, industriali ed ecosistemici, la disponibilità idrica è ormai un fattore di continuità operativa e di accettabilità territoriale dei nuovi insediamenti. È la tesi di Marco Lassini, Europe climate solutions lead di Stantec, che indica nel protocollo Positive Water Impact (PWI) lo strumento per passare dalla semplice efficienza di sito a un contributo attivo alla resilienza dei bacini.

Perché l’efficienza idrica non basta più

Il modello lineare “prelievo, utilizzo, scarico” mostra limiti crescenti dove la risorsa è soggetta a variabilità stagionale, restrizioni d’uso o criticità qualitative. In questi contesti, osserva Lassini, il sito industriale va considerato come una componente del sistema idrico del bacino: contano non solo i consumi, ma anche la quantità e la qualità delle acque restituite, le possibilità di riuso esterno e le interazioni con gli altri utilizzatori.

A spingere in questa direzione c’è anche la normativa. La Direttiva (UE) 2024/3019 sul trattamento delle acque reflue, in vigore da gennaio 2025, introduce criteri più stringenti su scarichi, responsabilità ambientale e requisiti tecnologici degli impianti di depurazione, con nuovi obblighi attesi anche per gli operatori industriali. Sul fronte dei data center, la rendicontazione dei consumi idrici è già richiesta dalla Direttiva europea sull’efficienza energetica per le strutture sopra 1 MW, come ricostruito nell’analisi Data center al bivio tra espansione e sostenibilità.

Il Positive Water Impact in tre passaggi

Il protocollo, obiettivo di sostenibilità aziendale promosso dal CEO Water Mandate in collaborazione con il Global Compact delle Nazioni Unite, si articola in tre fasi:

  1. Conoscenza del bilancio idrico: quantificazione dei prelievi, analisi dei consumi per processo, caratterizzazione qualitativa e quantitativa delle acque restituite e valutazione della dipendenza idrica del sito.
  2. Riduzione della vulnerabilità operativa: ottimizzazione dei processi a maggior consumo d’acqua, riduzione delle perdite, miglioramento dei trattamenti e monitoraggio continuo.
  3. Contributo alla resilienza del territorio: interventi a beneficio del bacino, purché misurabili, autorizzabili, verificabili e compatibili con gli usi prioritari della risorsa.

I primi due passaggi costruiscono la base tecnica per la gestione del rischio idrico. Il terzo introduce la dimensione territoriale. Tra le possibili linee d’intervento indicate da Stantec: il rilascio controllato di acqua trattata a supporto di aree umide in stress, la messa a disposizione di acqua per l’irrigazione nei periodi critici, la fornitura per usi civili non potabili e la collaborazione con altri soggetti per trattamenti avanzati “on demand”.

Data center: dal consumo alla co-gestione della risorsa

Tra i comparti che possono beneficiare maggiormente di questo cambio di paradigma, insieme a industria e agricoltura, Lassini cita esplicitamente i data center. Per queste infrastrutture, sottolinea, la valutazione non può limitarsi al profilo energetico: deve includere il fabbisogno idrico, le tecnologie di raffreddamento adottate, la disponibilità della risorsa nel contesto locale, le possibili interferenze con usi prioritari e la capacità del sistema idrico di assorbire nuovi carichi. Un tema che si intreccia con la diffusione del liquid cooling per i carichi AI e con la scelta tra soluzioni evaporative e sistemi a circuito chiuso.

Sul piano regolatorio, la recente legge della Regione Lombardia sugli insediamenti di data center è indicata come un primo riferimento, ma secondo Stantec servono criteri di valutazione omogenei a livello nazionale.

In questa prospettiva, alcuni operatori possono evolvere da semplici utilizzatori a soggetti tecnici che contribuiscono alla gestione locale dell’acqua, in coordinamento con gestori del servizio idrico, autorità competenti, consorzi di bonifica e altri stakeholder di bacino. È una logica affine a quella del data center “prosumer”, che restituisce valore al territorio invece di limitarsi a consumare risorse.

Un ruolo chiave spetta agli impianti di trattamento: se progettati non solo per rispettare i limiti allo scarico ma anche per abilitare riuso, rilascio controllato e supporto alle portate ecologiche nei periodi critici, diventano un parametro tecnico per la pianificazione territoriale e per le valutazioni autorizzative dei nuovi progetti.

Il nodo è la governance, non la tecnologia

Le tecnologie, secondo Lassini, sono già disponibili: analisi satellitari e radar dell’umidità del suolo, sensori in continuo per portate e qualità, modelli predittivi basati su serie storiche e dati climatici, sistemi di trattamento avanzato. Come per l’energia, anche qui la digitalizzazione è la leva per conciliare performance e sostenibilità.

Il divario principale è invece organizzativo e informativo. La proposta è una piattaforma condivisa di bacino che renda trasparenti disponibilità, domanda, qualità, vincoli autorizzativi e priorità d’uso. Non un mercato dell’acqua, precisa Lassini, ma uno strumento tecnico per coordinare soggetti pubblici e privati, individuare disponibilità temporanee, gestire le emergenze e rendere tracciabili decisioni basate sui dati, con il contributo di associazioni di categoria, gestori e autorità di bacino nella definizione di criteri comuni.

Perché il Positive Water Impact produca effetti reali servono bilanci idrici affidabili, indicatori misurabili, criteri di verifica e coordinamento con la pianificazione di bacino. In assenza di questi elementi, avverte Stantec, la gestione dell’acqua rischia di restare confinata a interventi puntuali di efficienza, senza incidere sulla vulnerabilità complessiva del territorio.

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