La corsa ai data center in Italia non rallenta. Secondo gli ultimi dati di Terna, aggiornati ad agosto 2026, le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale per nuovi progetti hanno raggiunto 95,38 GW, distribuiti su 531 pratiche. A fine 2025 il dato si fermava a 69,05 GW: in otto mesi l’aumento è di oltre 26 GW, pari a circa il 38%. Sul fronte degli investimenti, le stime di Italian Data Center Association (IDA) indicano che il settore potrebbe attrarre oltre 21 miliardi di euro nei prossimi anni.
Va ricordato che le richieste di connessione misurano l’interesse degli operatori e non la capacità che sarà effettivamente realizzata: una parte delle pratiche potrebbe non tradursi in impianti operativi. Il dato resta comunque un indicatore della pressione sulla rete e della centralità che la questione energetica ha assunto per il futuro del digitale nel Paese.
A spingere la domanda sono i servizi cloud e hyperscale, l’adozione dell’intelligenza artificiale, le esigenze di sovranità del dato e la digitalizzazione di imprese e pubblica amministrazione. Fattori che, come già emerso nell’analisi su AI ed energia alla base dell’evoluzione dei data center, stanno trasformando queste strutture in infrastrutture critiche per la competitività nazionale, con nuovi poli che si affiancano a Milano, come dimostra l’ingresso di Roma nella mappa dei grandi data center del Mediterraneo.
IT e OT sempre più integrati: cresce la superficie d’attacco
L’espansione ha un rovescio della medaglia sul piano della sicurezza. Un data center moderno è un ecosistema in cui infrastrutture IT e sistemi OT (Operational Technology) convivono e si integrano sempre più strettamente. Impianti di raffreddamento, sistemi di alimentazione e backup energetico, quadri elettrici intelligenti, sensori IoT, piattaforme di Building Management System (BMS) e sistemi di monitoraggio ambientale costituiscono l’ossatura operativa che garantisce la continuità dei servizi.
Si tratta di componenti sempre più connessi e gestiti in modo centralizzato, una tendenza accelerata dall’AI e dall’adozione di strumenti come digital twin e manutenzione predittiva. Con l’aumento della scala e della distribuzione geografica degli impianti, la superficie di attacco cresce di conseguenza: ogni nuovo sistema cyber-fisico connesso è un potenziale punto di esposizione se non viene monitorato e protetto. Un attacco a questi sistemi non colpisce i dati, ma la capacità stessa dell’impianto di restare in funzione, in un contesto in cui la distribuzione dell’energia è già messa sotto pressione da carichi AI e blackout.
NIS2 e Perimetro cyber: la sicurezza OT diventa un requisito
Il quadro normativo rende il tema ancora più stringente. La Direttiva NIS2, recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024, estende gli obblighi di gestione del rischio e di notifica degli incidenti a un numero crescente di operatori, compresi i fornitori di infrastrutture digitali e servizi essenziali. Parallelamente, il Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica impone requisiti specifici di protezione e continuità operativa per gli asset strategici del Paese.
Per i gestori di data center ne deriva un problema pratico: dimostrare la conformità richiede di sapere con precisione quali dispositivi sono presenti, come comunicano e quali vulnerabilità presentano. Un’operazione complessa in ambienti OT spesso eterogenei, con apparati di produttori diversi e cicli di vita lunghi, nati per garantire efficienza e continuità più che per essere esposti in rete.
Claroty: senza visibilità sugli asset non c’è compliance

“In uno scenario regolatorio sempre più stringente, la sicurezza OT nei data center non è più solo una best practice, ma un requisito imprescindibile – afferma Fabrizio Alviti, sales director Mediterranean Region di Claroty -. La convergenza tra IT e OT genera un livello di complessità senza precedenti: sistemi progettati per garantire efficienza e continuità devono oggi essere governati anche con una logica di cyber resilienza e compliance normativa”.
Secondo Alviti, l’espansione accelerata della capacità installata moltiplica gli asset da proteggere: “Senza una visibilità completa, continua e contestualizzata di tutti i dispositivi connessi, inclusi quelli più eterogenei e difficili da monitorare, diventa estremamente complesso per i team di sicurezza dimostrare conformità ai requisiti normativi, oltre che identificare vulnerabilità, configurazioni errate o comportamenti anomali prima che si traducano in un’interruzione operativa”.
Da qui l’approccio proposto dalla società, che punta sulla mappatura automatica degli asset, sull’analisi del loro comportamento e sull’individuazione rapida di rischi e anomalie. “La sicurezza dei data center non riguarda solo la protezione dei dati – conclude Alviti -. Riguarda la continuità dei servizi digitali su cui si basa l’economia moderna e la capacità del Paese di rispettare standard di sicurezza sempre più elevati”.




[…] digitali nel nostro Paese, spinta da cloud e intelligenza artificiale: ad agosto 2026 le richieste di connessione per nuovi data center in Italia hanno raggiunto 95 GW, con Milano che resta il principale polo […]